Ragazza a intermittenza







Ragazza a intermittenza

Era una storia quella che col suo sguardo riprendeva. Sequenze irregolari che montava una dopo l’altra. Ogni situazione che descriveva aveva una durata specifica, adatta.

L’immagine era piuttosto discontinua, compariva e scompariva, si interrompeva, cambiava distanza e dimensione. Una ragazza correva, con una sciarpa rossa che svolazzava dietro alle spalle ad ogni balzo, un giaccone invernale le affannava i movimenti ed una cartella le appesantiva la schiena. Ora la vedeva tutta, ora per niente, ora ne vedeva solo le gambe che spingevano, ora il busto, ora solamente la testa, il cappello di lana le cadeva sugli occhi, la mano che di tanto in tanto lo riaggiustava. Era una ragazza a intermittenza, ora c’era, ora non c’era più. Dove si trovasse tra una vetrina e l’altra non lo sapeva.

L’aveva incontrata di nuovo quella stessa sera, l’aveva ripresa con calma col suo sguardo. La ragazza stava seduta poco distante da lei, la scorgeva da dietro le teste di un paio di signori: leggevano giornali uguali dandosi la schiena l’un l’altro mentre aspettavano il caffè a due tavolini diversi. La scena questa volta era molto più statica. Sola davanti a una tazza di tè fumante, ella lo portava lentamente alle labbra. Il calore della bevanda sotto alla punta del naso arrossato, la tazza che si inclinava, gli occhi si socchiudevano di piacere e all’improvviso la ragazza era scomparsa! Eppure un attimo dopo era di nuovo lì, ancora con la tazza in mano. Si era quasi spaventata. 

Non si era ancora fatta notte quando l’aveva vista di nuovo, proprio nel bagno di casa sua.

Primo piano. Che viso che aveva. Di una bellezza fredda. Spesso la vedeva, eppure non sempre la riconosceva.

Primissimo piano. C’era qualcosa che non capiva. Gli occhi erano sempre gli stessi, eppure non lo erano. Le sopracciglia, sì, le sopracciglia sono importanti. Con la loro forma e posizione possono dare alla stessa persona espressioni differenti. Ma non si trattava di questo. Forse quella non era lei, forse si trovava davanti a un’altra ragazza. Ma la vedeva proprio lì, davanti agli occhi, non poteva essere altro che lei. 

Con la mano si sfiorò un sopracciglio, assecondando il pensiero di prima e poi, lentamente, il suo dito scese lungo la guancia.

Avvicinò il volto a quello della ragazza e distese la mano fino a toccare la sua, ma la sensazione fu fredda e liscia. Se ne era quasi dimenticata. Quegli occhi, tanto abituati a penetrare superfici riflettenti, le avevano fatto dimenticare che c’era un confine fisico tra lei e quella ragazza.

Tra sé e quella ragazza?

Tra sé e la propria immagine?

Quella ragazza era lei? O chi altro era?

E se era la propria immagine, cosa succedeva per tutto il tempo in cui non la vedeva? Si può vivere distaccati dalla propria immagine?

Quando viviamo emozioni e ci troviamo in determinate circostanze, questo traspare e si esprime nella nostra immagine? Oppure siamo noi ad esprimere i nostri stati d’animo e a modellare il nostro aspetto a seconda dell’immagine che abbiamo di noi stessi? Chi è che comanda? Noi o lo specchio?

Ecco che la ragazza di fronte a lei perdeva importanza, mano a mano che i pensieri si rincorrevano esplorando strade diverse e si espandevano nello spazio, quella che si trovava di fronte diventava sempre più un’estranea. Un’estranea a cui dover prestare un sacco di attenzioni e da curare sempre, anche controvoglia. Un’ospite indesiderata che la seguiva ovunque dal mattino alla sera, dalle vetrine di via Venti per correre dietro a un autobus, allo specchio di un bar a sorseggiare un tè caldo, fino al bagno di casa propria.

Era una storia quella che con lo sguardo riprendeva, era la storia di un’estranea. In fondo si incontravano solo in occasioni particolari, anche se frequenti. Quella ragazza viveva per sé, aveva i propri interessi e le proprie amicizie, una vita per conto proprio, una vita autonoma. Così si sarebbero incontrate solo ed esclusivamente in occasioni e luoghi molto specifici, per coincidenza, svolgendo attività analoghe e certo avendo a che fare con mondi simili. Ma non con gli stessi. Per forza di cose. Due mondi che non comunicano non possono che svilupparsi autonomamente. Non avrebbe mai potuto offrire un caffè a quella ragazza, avrebbe potuto al limite guardarla prepararsene uno e berlo contemporaneamente a lei, ma Dio solo sa se quei due caffè avrebbero avuto lo stesso sapore.

Forse era meglio così, forse si poteva convivere anche in questo modo, facendo ciascuna la propria vita e guardandosi invecchiare attraverso portali invalicabili disseminati in ogni luogo. Forse non è così importante chi sia il riflesso di chi. E sfido ad immaginare che succede a mettere due specchi uno di fronte all’altro senza nessuno in mezzo. Ma quanto le sarebbe piaciuto rompere quella parete, valicare quel portale, esplorare un mondo nuovo, conoscere finalmente quella ragazza, sentire finalmente la sua voce, ascoltare la sua storia, sfiorare le sue mani e non sentire più una superficie liscia e fredda. Forse lo aveva desiderato, forse lo aveva sognato, o forse lo aveva semplicemente ricordato, un ricordo di una memoria lontana, un attimo di una storia intermittente.

Enrico Giomi

(Racconto già pubblicato sulla rivista autoprodotta genovese “Fischi di Carta” n.42, Dicembre 2016)


Con questo racconto oggi inizia la rubrica "E tu cosa racconti?"

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