INTERVISTA IMPOSSIBILE A ... MACKY SALL


Scendo dall’aereo a Dakar e sono colpito dalla magnificenza dell’aeroporto: una struttura moderna e funzionale che non mi aspettavo nel cuore dell’Africa.

Mi informo su internet e scopro che è stato aperto il 7 dicembre 2017 ed è intitolato a Blaise Digne, il primo politico di origini africane ad essere eletto al parlamento francese nel 1914. 

Il costo per i lavori ammonterebbe a 566 milioni di euro ed è un esempio dell’intenzione di trasformare il Senegal in un importante snodo aereo mondiale.


Ho deciso di incontrare Macky Sall, primo ministro dal 2004 al 2007 e dal primo aprile 2012 presidente del Senegal, per capire meglio come il continente africano sta vivendo l’attuale situazione internazionale e quali siano le possibili prospettive.


Presidente, il 5 febbraio 2022 è stato eletto Presidente dell'Unione africana, carica che si rinnova ogni anno. Qual è il ruolo dell’Africa nel contesto internazionale?

Sento molto l’onore e la responsabilità di rappresentare il mio continente per quest’anno.

Se il Covid-19 ha avuto un pesante impatto sulle economie africane, uno sguardo al calendario degli incontri di alto livello tra paesi africani e una potenza esterna sono quasi triplicati e suggerisce che l’Africa è tutt’altro che isolata nel contesto internazionale.

L'interesse degli attori internazionali verso il continente è visibile anche nel rafforzamento della loro presenza diplomatica. Ne è un chiaro esempio la Turchia, le cui ambasciate sono passate in vent’anni da 12 a 43, ma anche gli Stati del Golfo, la Cina, il Giappone, il Brasile, l'India e vari paesi europei.


Quali sono le attrattive di un continente che a una prima occhiata appare solo pieno di problemi?

Le immagini televisive degli sbarchi di migranti, della povertà, delle varie crisi che periodicamente investono l’Africa hanno indotto a considerare solo i problemi di questo vasto continente. 

Tuttavia l’Africa non è solo questo: è un continente straordinariamente ricco di risorse minerali, culturali, sociali e umane, culla delle grandi civiltà all'origine della storia. Ne sono conferma i significativi tassi di crescita conosciuti negli ultimi decenni da molti paesi del Continente e l’affermarsi in molti Paesi di una nuova classe media più colta e consapevole delle proprie potenzialità.

Inoltre, le dinamiche demografiche parlano chiaro: oggi in Africa ci sono 1 miliardo e 300 milioni di abitanti che saranno 2 miliardi e mezzo nel 2050 e saliranno a 4 miliardi a fine secolo. La Nigeria, con 600 milioni di abitanti, diventerà il terzo paese più popoloso del mondo dietro all’India che supererà la Cina. 

Si può ben dire che ciò che succederà in Africa determinerà molto i destini del mondo. L’Europa è direttamente investita da ciò che in Africa accade e accadrà.

La verità è che il destino di 4 miliardi di persone non può essere affidato all’esodo migratorio di centinaia di milioni di persone e che l’Europa, nei prossimi decenni, avrà bisogno di un contributo demografico aggiuntivo, considerata la sua crisi demografica.


Come ha spiegato il giornalista Paolo Pagliaro in un suo contributo alla trasmissione televisiva “Otto e mezzo” del 31 ottobre scorso, nel 2021 67.000 persone sono arrivate in Italia dall’Africa, mentre gli italiani residenti sono diminuiti di 100.000 unità. Gli arrivi sarebbero stati di più, se 2.500 persone non fossero morte in mare.

Nel 1950 l’intera regione del Mediterraneo contava 200 milioni di abitanti, con oltre la metà nei paesi della riva Nord. Nel 2050 la popolazione si avvicinerà ai 700 milioni di abitanti. Una crescita spettacolare che riguarderà poco l’Europa.

Si sta spostando il baricentro demografico nel Mediterraneo: nel 1950 la popolazione spagnola era il triplo di quella del Marocco, nel 2050 saranno in parità; nel 1950 la popolazione francese era quintupla rispetto a quella dell’Algeria, nel 2050 saranno equivalenti; la popolazione dell’Italia era più che doppia rispetto a quella dell’Egitto, ma tra poco varrà appena un terzo di questa.

In compenso, tra il Nord e Sud del Mediterraneo, è aumentato il divario economico: il reddito pro capite nei tre paesi europei sopra citati è di 41.000 dollari, contro i 10.000 della riva Sud. 

In Europa peserà sempre di più la componente anziana, mentre in Egitto, Libia, Siria, Tunisia aumenterà il peso demografico delle generazioni dai 15 ai 35 anni, mediamente molto più istruite che in passato.

La domanda è: riusciremo a fare di questo cambiamento un fattore di crescita nei paesi di partenza e in quelli di arrivo? [NdR]


Qual è l’obiettivo principale dell’Unione africana?

L’integrazione dei popoli africani per una convivenza pacifica.

È proprio in questo spirito panafricano che il presidente Léopold Sédar Senghor aveva proposto nel luglio 1964 di istituire “un’autorità politica e morale permanente per dare impulso di alto livello alla gestione degli affari del continente” e liberarsi dal giogo imposto dalle potenze coloniali europee.


Quali sono le sfide più grandi del continente africano?

Le sfide più grandi riguardano i settori della pace e della sicurezza, della lotta al terrorismo, della protezione dell’ambiente, della salute e dello sviluppo economico e sociale.

La questione decisamente attuale è quella che si può definire l’“epidemia di colpi di Stato” in Africa occidentale. Sono molto preoccupato per il destino democratico nei paesi coinvolti.


Che cosa si intende per “epidemia dei colpi di Stato”?

Il “Washington Post” definisce “epidemia di colpi di Stato” quanto successo nel 2021: Mali, Ciad, Sudan, Myanmar, Guinea sono precipitati nel caos dopo un colpo di Stato, mentre in Tunisia il presidente ha ordinato la sospensione della divisione dei poteri e in Niger un tentativo di golpe è fallito.


Quali sono gli scenari più critici che impediscono la pace?

Lo scenario più sanguinoso è quello del Tigray, in Etiopia. La guerra scoppiata alla fine del 2020 tra il Fronte popolare di liberazione del Tigray (TPLF), la regione più settentrionale dell’Etiopia, e il governo nazionale ha portato a massacri etnici e alla carestia alimentare. 


Gli Stati confinanti, Eritrea e Somalia, seguono con attenzione lo sviluppo degli eventi nel Tigray e sostengono il governo etiope che, dal 2018, mira a superare il federalismo etnico per favorire l’accentramento dei poteri, sotto il segno di una nuova identità panetiope. 

63 mila tigrini hanno attraversato il confine per trovare rifugio in Sud Sudan, che già stava vivendo una pesante crisi dopo l’indipendenza dal Sudan. Questo ha riaperto il contenzioso per un’area fertile di circa 250 chilometri quadrati al confine tra i due Stati, soprannominata “Triangolo di al-Fashqa”. Dal 2007 era in vigore un accordo che assicurava a entrambe le parti il diritto all’uso e alla coltivazione di queste terre, senza però proporre alcuna formalizzazione del confine. Questo equilibrio si è infranto dopo la guerra nel Tigray.

Le altre guerre in corso sono l’insurrezione islamica nel Maghreb, cioè l'insieme delle operazioni di gruppi che si rifanno al terrorismo islamista nel territorio del Maghreb e del Sahel, nell'Africa Nord-Occidentale; il genocidio del Darfur, nell'ovest del Sudan; l’insurrezione di Boko Haram, un’organizzazione jihadista diffusa nel nord della Nigeria.


Dopo questa intervista, si diffonde la notizia che i negoziati tra il governo federale etiope e il governo regionale del Tigray TPLF stanno proseguendo a Nairobi, capitale del Kenya, ma la situazione pare bloccata. [NdR]


Presidente, come mai ha deciso di dedicare la sua vita alla politica?

Ho seguito l’esempio di mio padre.

Mio padre, Amadou Abdoul Sall, era un operaio nel servizio civile ed era iscritto al Partito socialista senegalese (PS). Lui apparteneva alla nobile famiglia di Ndouloum-Adji Founebé, grandi proprietari terrieri di Fouta.

Mia madre, Coumba Thimbo, era una commessa di noccioline e proveniva dalla famiglia Seebés, guerrieri di Fouta.

Con i miei cinque fratelli, sono cresciuto nella regione di Fatick, poi a Fouta Toro.

Ho sempre pensato che fosse doveroso impegnarsi nella politica per cambiare e migliorare la società. 

Mentre mi interessavo alla politica, sono diventato un ingegnere geologico, ho studiato all'Istituto di Scienze della Terra (IST) di Dakar e poi alla Scuola Nazionale di Petrolio e Motori (ENSPM) dell'Istituto Francese di Petrolio (IFP) di Parigi.


Come ha fatto a entrare in politica?

Al liceo Kaolack, ho frequentato altri ragazzi seguaci del maoismo, il pensiero comunista di Mao Tse-tung. Tra gli altri compagni c’era anche mio cognato.

Durante gli studi alla facoltà di Dakar, sono entrato nel movimento marxista-leninista, dove militava anche Landing Savané, ma presto me ne allontanai, non condividendo l'idea del movimento, né la strategia di Savané di boicottare le elezioni del 1983 contro il Partito Socialista. In quelle elezioni votai per il liberale Abdoulaye Wade.

Mi sono unito al Partito Democratico Senegalese (PDS) di Wade alla fine degli anni '80.

Sono diventato segretario generale della Convenzione regionale del PDS a Fatick nel 1998 e ho servito come segretario nazionale del PDS incaricato delle miniere e dell'industria.


Quali sono le tappe più importanti del suo percorso politico prima di diventare presidente?

Sono stato consigliere speciale per l'energia e le miniere del presidente Abdoulaye Wade dal 6 aprile 2000 al 12 maggio 2003, nonché direttore generale della Società petrolifera del Senegal (Société des Pétroles du Sénégal, PETROSEN) dal 13 dicembre 2000 al 5 luglio 2001. Grazie alle mie competenze, sono diventato ministro delle miniere, dell'energia e dell'idraulica il 12 maggio 2001. Sono poi stato promosso al grado di Ministro di Stato e sono diventato inoltre sindaco di Fatick il 1 giugno 2002.

Il 27 agosto 2003 sono diventato Ministro di Stato per l'Interno e le Comunità Locali, diventando anche Portavoce del Governo.

Nel 2004 sono stato nominato Primo ministro.


La presenza di idrocarburi è una manna o una maledizione per il Senegal?

Durante la pandemia, James Cust, economista della Banca Mondiale, ha sentenziato: “I nuovi investimenti nel petrolio e nel gas, in particolare i progetti più costosi come quelli africani, sono compromessi. I paesi che contavano sui futuri guadagni del settore degli idrocarburi saranno in difficoltà, soprattutto se hanno contratto ingenti debiti prima che queste ricette non si fossero concretizzate”.

In Africa subsahariana è prodotto appena l’8% del petrolio mondiale.

L’epidemia di Sars-Cov-2 potrebbe accelerare la transizione verso le fonti rinnovabili.

Il futuro è incerto.

Se un tempo si parlava del Senegal come “il nuovo Eldorado africano degli idrocarburi”, prospettando una crescita negli investimenti stranieri, la crisi del petrolio del 2016-2018 prima e Covid-19 poi hanno cambiato tutto.


Secondo i dati del del Fondo Monetario Internazionale, il Senegal è un paese alla prese con una crescita rampante: il pil aumenta del 6.7% all’anno, ma la ricchezza non viene distribuita equamente fra gli strati della popolazione.

Qual è il futuro del Senegal?

Come ho scritto nel “Piano Senegal Emergente” (PSE), quando mi sono candidato come presidente per la seconda volta, il mio obiettivo è realizzare un nuovo modello di sviluppo basato su una crescita inclusiva e duratura entro il 2035.

Il Senegal crescerà grazie alle grandi opere: autostrade, ponti, arene sportive, il nuovo polo industriale e residenziale di Diamniadio, la prima linea di treno ad alta velocità dell’Africa Occidentale.


Queste opere sono davvero essenziali per la popolazione o favoriscono soltanto i grandi investitori stranieri, come Cina, Turchia e Arabia Saudita?

Ad esempio, l’autostrada a pagamento Dakar-Touba, costruita e gestita dalla società francese Eiffage, collega la capitale Dakar al nuovo Aeroporto internazionale Blaise Diagne per un tratto di solo una quarantina di chilometri ed è inutilizzata dalla gente comune per via del costo elevato di circa 5 euro di pedaggio.

Nel suo Paese, da una parte una ristretta élite politico-finanziaria è sempre più ricca e agevolata, si sposta rapidamente su strade moderne e poco trafficate, si rivolge al mercato del lusso e sigla contratti milionari con multinazionali straniere, dall’altra una massa emarginata di gente comune, costretta su piste di sabbia e arterie congestionate dal traffico e smog, consuma prodotti scadenti ed è relegata in comparti produttivi subalterni.

Il cambiamento avverrà per gradi.

L’obiettivo non è che l’Africa sia la casa di una nuova guerra fredda, ma piuttosto un luogo di stabilità e opportunità aperte a tutti i suoi partner, su base reciprocamente vantaggiosa.

Esiste l’Africa dei problemi, ma anche l’Africa delle soluzioni. 

Non ignoro i problemi dell’Africa, ma neanche le soluzioni in Africa: i suoi 30 milioni di chilometri quadrati, le sue risorse umane, oltre il 60% dei seminativi del mondo, la sua ricchezza minerale e naturale. Inoltre la gioventù è vibrante, creativa e intraprendente.


Lei è stato il primo africano a rivolgersi alla platea dell’Assemblea delle Nazioni Unite. Ha ribadito la richiesta dell’Unione Africana (UA) di avere un seggio all’interno del G20. Perché è così importante?

Perché è importante che l’Africa possa essere rappresentata in sede di decisioni che coinvolgono 1,4 miliardi di persone. È tempo di stabilire una governance globale più equa, più inclusiva e più adatta alle realtà del nostro tempo, quasi ottant'anni dopo la nascita del sistema delle Nazioni Unite e delle istituzioni di Bretton Woods.

L’Africa non può più essere lasciata ai margini. 


Quali sono le conseguenze in Africa della guerra in Ucraina?

Come ho detto a Putin, i Paesi africani sono vittime di questa situazione.

L'ONU teme "un uragano di carestie", soprattutto nei Paesi africani che importano più della metà del loro grano dall'Ucraina o dalla Russia.

Bisogna fermare questa guerra il prima possibile.


Allora perché la maggioranza dei Paesi africani ha evitato di condannare la Russia in due votazioni dell'ONU e, insieme ad Asia, Medio Oriente e America Latina, ha preferito tenersi lontana dal prendere una posizione nel conflitto?

Perché l’Africa dipende in larga misura dal grano della Russia e dell’Ucraina.

Il conflitto ha portato a un’impennata globale dei prezzi del petrolio e dei cereali che colpisce direttamente i paesi del continente.

Le sanzioni alla Russia da parte dei Paesi europei stanno penalizzando l’Africa.

Si tratta di una situazione potenzialmente “catastrofica”, aggravata anche dalla siccità nell’Africa orientale.


Il futuro rimane incerto.

L’incontro che lei ha avuto con il presidente Putin lo scorso 3 giugno ha avuto buoni risultati: nel mese di luglio Russia e Ucraina hanno siglato un accordo per sbloccare le esportazioni di grano.

Oggi però le tensioni aumentano. 

Alla fine di ottobre, la Russia ha deciso la sospensione a tempo indeterminato dell'attuazione dell'accordo sull'esportazione dei prodotti agricoli dai porti ucraini. 

Mosca dunque si è sfilata dall’intesa siglata a luglio in Turchia che ha permesso il passaggio sicuro di decine di milioni di tonnellate di grano attraverso il mar Nero, in precedenza bloccate da mesi a causa della guerra.

Perché l’Africa continua a non schierarsi contro la Russia?

L'Africa non è contro l'Ucraina, paese aggredito, ma molti Paesi africani rifiutano di schierarsi nella crisi come reazione all'indifferenza internazionale alle aggressioni contro il continente. 

L'Africa non è contro l'Ucraina, gli africani non sono insensibili alla situazione in Ucraina. Non è affatto così. Ma anche gli africani sono in guerra, sono invasi e attaccati come l’Ucraina.

L’Africa è costantemente attaccata dal terrorismo e nel Mondo in pochi lo ricordano.

Nel 2021, il 41% di tutti gli attacchi terroristici jihadisti nel Mondo è avvenuto in Africa: Ghana, Togo e Costa d'Avorio.


Perché l’Africa è diventata la nuova frontiera della Jihad?
L’Isis è più attivo in Niger, Ciad e Nigeria, che dagli anni Novanta subiscono le sanguinarie razzie di Boko Haram. Il centro di gravità dello Stato islamico in questa regione resta il Lago Ciad. 

Nella zona più occidentale del Sahel è Al-Qaeda la formazione islamica più influente.

L’Africa intera è preda ambita della Jihad: dalla Somalia, dove da oltre un decennio imperversano gli shabab, alla regione mozambicana di Cabo Delgado. Piccole cellule jihadiste sono apparse alle Isole Comore, in Madagascar, in Ghana, Togo e Sierra Leone.

Questo è accaduto perché gli Stati sono deboli, con forze armate poco efficienti, corruzione molto elevata. I gruppi jihadisti cercano di capitalizzare le tensioni etniche e il risentimento contro i governi locali per impiantarsi con più sicurezza. Prendono parte ai conflitti etnici, e si presentano come protettori di comunità locali, siano i Tuareg nel Nord, o i fulani nelle regioni centrali del Sahel.

Sono molto preoccupato.



Il Maghreb (dall’arabo, "luogo del tramonto") costituisce l'area geografica e culturale più a ovest del Nordafrica che si affaccia sul mar Mediterraneo e sull'oceano Atlantico.

Il Sahel (dall'arabo, "bordo del deserto") è una fascia di territorio dell'Africa estesa tra il deserto del Sahara a nord, la savana sudanese a sud, l'oceano Atlantico a ovest e il Mar Rosso a est. Comprende (da ovest a est) la Gambia, il Senegal, la parte sud della Mauritania, il centro del Mali, Burkina Faso, la parte sud dell'Algeria e del Niger, la parte nord della Nigeria e del Camerun, la parte centrale del Ciad, il sud del Sudan, il nord del Sudan del Sud e l'Eritrea. [NdR]


In questo clima triste e carico di ansia, il Presidente mi saluta.

La realtà che mi ha descritto è complessa e sconcertante.

Gli auguro che il suo lavoro possa avere i migliori risultati per l’Africa.


Fabrizio Rosasco 
Referente del progetto Dia.Pa.So.N.

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